Donne e tv: per cambiare non serve una rivoluzione
di Roberto Olla | 7 Gennaio, 2010
Pubblico l’appello di Gabriella Cims Coordinatrice dell’Osservatorio sui Servizi Audiovisivi / andate anche al link Donne: realtà, televisione e immagine
Appello a Romani, Calabrò e Garimberti: ”Il servizio pubblico ha un’occasione da non mancare”
Non occorrono tanti preamboli per descrivere quello che appare evidente agli occhi di tutti. Si potrebbe evitare di condire ogni contesto di trasmissione televisiva con un pezzo di carne di donna. Perché è di questo che si tratta quando accanto al conduttore di turno, che in genere incarna l’autorevolezza, si espone una forma corporea femminile della cui testa – senza metterne in dubbio l’esistenza - il più delle volte nulla è dato sapere. C’è un concetto che si chiama dignità. Dignità umana, culturale e professionale. Credo che questo concetto, riferito alle donne, sia stato ultimamente troppo tradito dai mezzi di comunicazione, in un processo a valanga che sta travolgendo tutto e tutti, consci ed inconsci. Il rischio di una subcultura strisciante e un po’ medievale, che permea la società, dà il suo allarme quando la cronaca ci schiaffeggia con la violenza di minorenni su loro coetanee. E lì rimaniamo atterriti. La domanda che vorrei porgere a chi ha la responsabilità di decidere anche per gli altri, la cosiddetta classe dirigente, è quanta colpa abbiano quei ragazzini e quanta responsabilità chi non ha saputo formare in loro una più corretta rappresentazione-visione della figura femminile. Lungi da noi il volersi lasciar andare a considerazioni censorie. La bellezza fa spettacolo. Intanto puntualizziamo che anche la bellezza maschile attira l’audience. Il punto è un altro. Ben venga (sic) l’aspetto spettacolare che lega a doppio mandato ad una rappresentazione corporea della donna ma occorre anche mostrare, con una dose maggiore di equilibrio, che ciò rappresenta solo uno dei molteplici aspetti che compongono il variegato “altro emisfero”, quello femminile. Quante donne fanno gavetta e hanno successo in politica, nella ricerca scientifica, nell’imprenditoria, nella medicina, nella cultura? E a quante sarà data anche solo un’infinitesimale possibilità di rappresentare nel tubo catodico la loro esperienza di successo, le loro speranze e le loro fatiche, esattamente come abbiamo la possibilità si conoscere ogni millimetro emozionale delle partecipanti ai realities o ai concorsi bellezza, solo per fare un esempio? Perché stupirsi poi se tanta parte delle adolescenti, di qualsiasi estrazione sociale e livello culturale, ha come primo miraggio quello di diventare una velina o sue omologhe derivazioni. Quanto spazio , nondimeno nella Rai, il servizio pubblico dei cittadini, sarà dedicato ai successi e alle fatiche delle “altre”? Chi accusa certa tivù commerciale deve anche spiegare cosa abbia fatto il servizio pubblico per porsi come alternativa che segna la differenza. Poi ci si interroga sulla disaffezione dal canone. Forse è venuto il momento, con pacatezza, di iniziare un nuovo corso. Non servono grandi rivoluzioni, per cambiare funzionano le riforme, occorrono idee chiare, iniziative concrete e la volontà per farle camminare. Credo che la naturale scadenza, a dicembre, del contratto triennale che stabilisce i doveri della Rai, sia una di quelle occasioni da non perdere. Come responsabile dell’Osservatorio sui Servizi Audiovisivi insediato un anno fa dal Vice Ministro delle Comunicazioni, ho proposto una serie di emendamenti per contribuire ad un nuovo corso dell’immagine femminile nel servizio pubblico. Ma ciò non basta e mi appello in primis alla sensibilità del Vice Ministro Romani al quale dico: diamo un segnale, il servizio pubblico ha un’occasione da non mancare. Confido inoltre sul significativo sostegno del presidente dell’Autorità, Calabrò, e dello stesso presidente della Rai, Garimberti, ai quali chiedo di contribuire a sostenere un miglioramento sostanziale dello status-quo. Del precedente contratto, va detto, una cosa colpisce più di altre: commi e articoli doverosamente dedicati a temi sociali sensibili e niente di pari rango dedicato ai temi inerenti le donne. Cominciamo da qui: in primo luogo anche le pari opportunità hanno dignità per dedicarvi almeno un comma ad hoc. Secondo: stupisce come, nella programmazione sociale, il contrasto e la prevenzione della violenza sulle donne sia un vistoso “omissis” (articolo 8 - comma 6). I casi di stupro nel frattempo non sono diminuiti ed anzi, come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, una su tre subisce violenza ancora oggi nel nostro Paese. Occorre una rivoluzione per inserire anche questa voce? La Costituzione stigmatizza (articolo 3, 51 e 117) che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano l’uguaglianza anche dei sessi. Ebbene, affinché il dettato dei costituenti non rimanga solo una bella intenzione, forse sarebbe utile prima di tutto rimuovere l’ostacolo prodotto di fatto da una parziale rappresentazione della donna e dal diffondersi nell’opinione pubblica di un ruolo troppo circoscritto, e quindi riduttivo, che le donne svolgono nella vita sociale, culturale ed economica del Paese. Il servizio pubblico può e deve più di altri, visto che si finanzia anche con il canone, impegnarsi a migliorare l’uso che si fa della figura femminile sia nei programmi già trasmessi, sia con nuovi spazi ad hoc che correggano il tiro, porgendo all’immaginario collettivo una gamma più articolata di modelli della femminilità. Non occorre una rivoluzione. Basta la volontà. Un’ultima domanda. Esiste un Comitato ad hoc che monitora la programmazione dei minori e l’effettiva applicazione del Codice di autoregolamentazione che ne è alla base: sarebbe troppo ipotizzare analoga attività riferita al nuovo corso “donne e tivù”? Credo che occorra avviare un dibattito quanto più ampio possibile su questo e invito a prendervi parte non solo i vertici delle istituzioni ma ogni singola persona che proprio non si riconosce nei modelli di donna quotidianamente propinati.
Gabriella Cims
Coordinatrice dell’Osservatorio sui Servizi Audiovisivi insediato dal ViceMinistro delle Comunicazioni
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Donne: realtà, televisione e immagine
di Roberto Olla | 5 Gennaio, 2010
Ehi! C’è qualcuno che sa dove stiamo andando? E perché ci stiamo andando? Che interesse abbiamo a proseguire così? Perchè dopo oltre mezzo secolo di storia la nostra televisione sta diffondendo immagini del mondo femminile così distorte e parziali? Sembra un tunnel nel quale sia vietato fare marcia indietro per cambiare strada. Ebbene, non è un tunnel e non è vietato. Possiamo cambiare la strada e la storia e proprio perchè possiamo ospito con piacere (e con soddisfazione) questo appello.
Al Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napolitano
Al Presidente della Rai, Dr. Paolo Garimberti
Al Presidente dell’Agcom, Prof. Corrado Calabrò
Al Presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza, On. Sergio Zavoli
Al Ministro dello Sviluppo Economico, On. Claudio Scajola
Al Vice Ministro delle Comunicazioni, On. Paolo Romani
Al Ministro delle Pari Opportunità, On. Mara Carfagna
Signor Presidente, Signorie Vostre
In occasione del prossimo rinnovo del Contratto Nazionale di Servizio della Radiotelevisione, chiediamo vivamente di porre la massima attenzione sul tema della rappresentazione delle donne in tivù. Da più parti della società civile emerge con crescente urgenza la necessità di un nuovo corso per la figura femminile nelle trasmissioni radiotelevisive ma esso, tuttavia, stenta a trovare un terreno concreto di sbocco.
Il dettato dei principi costituzionali, in particolare all’articolo 3, 51, e 117, è chiaro: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Il servizio pubblico, per primo, potrebbe svolgere un ruolo specifico nel rimuovere l’ostacolo prodotto di fatto da una visione parziale dell’immagine femminile, promuovendo una rappresentazione rispettosa della dignità umana, culturale e professionale delle donne. A tal fine condividiamo e intendiamo sostenere le proposte contenute nell’appello della responsabile dell’Osservatorio Direttiva Servizi di Media Audiovisivi del Dipartimento Comunicazioni, Gabriella Cims, come appreso dagli organi di stampa, (appello pubblicato su Rainews24 del 29/11/2009: “Solo la bellezza fa audience?”), e discusso recentemente nei dibattiti pubblici promossi anche dal CPO dell’Enea e dal CPO del Ministero dello Sviluppo Economico.
Chiediamo pertanto:
-che il servizio pubblico trasmetta programmi ad hoc sulle questioni della vita reale delle donne, offrendo all’immaginario collettivo una maggiore completezza e pluralità di modelli di riferimento della femminilità;
-che il Contratto di Servizio venga emendato, -proposta allegata- poiché la versione in vigore palesa più di un punto debole sotto questo profilo. Basti osservare che non vi è un solo articolo o comma dedicato specificatamente ai temi delle pari opportunità e che la violenza sulle donne è una vistosa “assenza” nella programmazione sociale, (art. 8 comma 6).
-l’adozione di un Codice di Autoregolamentazione Media e Donne e l’insediamento di un Comitato ad hoc che ne monitori l’effettiva applicazione nell’ambito dell’emittenza e dei media in generale. Ciò avvicinerebbe l’Italia agli altri Paesi Europei che già da diversi anni hanno varato iniziative simili, come rilevato dal Libro Bianco del Censis, “Women and Media in Europe”.
Confidando che alla più partecipata riflessione, si affianchi alla nostra voce il significativo Vostro contributo,
vogliate accogliere i sensi della nostra più alta stima.
Roma, 28 dicembre 2009
Mirella Ferlazzo, Pres. CPO Ministero Sviluppo Economico, Via Molise 2 – 00187 - Roma
Elisa Manna, Resp. Politiche Cult. CENSIS
Teresa Chironi, Pres. CPO ENEA
Francesca Brezzi, Pres. Osservatorio studi di Genere, e P.O.(Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre) – Prof. filosofia morale a Roma Tre,
Elisabetta Strickland, V. Pres. Istituto Nazionale di Alta Matematica, Univ. di Roma “Tor Vergata”, - Prof. di Algebra e Cons. Scientifico Osservatorio studi di Genere, e P.O.
Annabella Souhodolsky, Pres. CPO RAI
Maxia Zandonai, Pres. CPO Usigrai
Oriana Calabresi, Pres. CPO della Corte dei Conti
Patrizia Cenci, Pres. CPO Istituto Nazionale Fisica Nucleare
Donatina Persichetti, Pres. Consulta Femminile del Lazio
Flavia Barca, Coordinatrice IEM-Fondazione Rosselli
Layla Pavone, Pres. Iab Italia
Lucia Visca, Pres. CPO FNSI.
Marina Cosi, rappresentante FNSI nell’Ifj
Laura Frati Gucci, Pres. Naz. AIDDA, Ass. Imprenditrici e Donne Dirigenti di Azienda
Giacinta Prisant, Pres. Consulta Femminile della Valle d’Aosta
Daniela Cascone, Comp. CPO ATAC e sua rappres.te nella Rete dei CPO di Roma e Provincia
Serena Romano, Pres. Corrente Rosa
Alessandra Servitori, Consigliera Nazionale di Parità
Rosanna Oliva, Pres. di “Aspettare stanca”
Daniela Bellisario, Pres. Servizi interattivi srl
Barbara Vecchietti, JOHNSON & JOHNSON Italy - Mass Market Customer Development Director
Ornella Del Guasto, Fondazione Bellisario
Elisa Manacorda, Dir. Galileo
Alessandra Alessandri, titolare Labmedia
Lorella Zanardo, membro dell’Advisory Board di Winconference – Losanna e coautrice del documentario “il corpo delle donne”
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Campagna di Russia: l’alpino napoletano
di Roberto Olla | 31 Dicembre, 2009
Guardate bene questa immagine. E’ un fotogramma tratto da uno dei filmati, di origine russa, pubblicato nella serie “Combat Film” e poi utilizzati nel Tg1Storia e in diversi documentari.
Il militare italiano prigioniero in Russia ripreso in questo filmato è Giovanni Camerlingo, di Giugliano (Napoli) arruolato come caporale furiere nella Cuneense, tra gli alpini. Alessandra Iannone ha fatto una promessa a sua nonna Giuseppina: “Giovanni era il primo amore di mia nonna Giuseppina, il suo primo marito.
Aveva un problema agli occhi, una maculopatia e non saebbe dovuto partire militare. Ma non voleva passare per vigliacco e riuscì ad essere comunque arruolato con gli alpini della Cuneense. Con loro combattè in Russia e fu preso prigioniero. Ho promesso a mia nonna che sarei riuscita a trovare il posto dove è morto e dove è sepolto e che avrei portato un fiore. Anche se dovesse essere in una fossa comune da qualche parte in Russia, voglio mantenere la promessa e portare una rosa rossa da parte di mia nonna. Per lei è sempre stato un ricordo doloroso, se l’è tenuto dentro per tanti, tanti anni, anche se poi si è risposata con mio nonno e ha messo su la famiglia che voleva costruire in quel progetto iniziato con Giovanni, il suo primo amore. Si, per lei è sempre stata una cosa dolorosa. Io e i miei familiari, mio padre, abbiamo fatto tante ricerche. Ad un certo punto negli anni novanta sono cominciati ad uscire i filmati dei prigionieri italiani in Russia e in una breve sequenza di “Combat Film” ci è sembrato di riconoscere Giovanni. L’abbiamo fatta vedere a mia nonna. Era somigliante, ma più magro, sciupato, non era come nella foto di quando si era arruolato. 
Però mia nonna appena l’ha visto ha detto subito: ‘A me pare ch’è isso!’. L’abbiamo fatta vedere anche ad una zia di Giovanni e pure lei ha detto: si è lui. Anche a noi pareva proprio lui, ma lei coma faceva ad essere così sicura? Gliel’abbiamo chiesto e ci ha risposto: ‘perchè voi lo vedete con gli occhi, io lo vedo anche col cuore.’ Mi rivolgo a tutti coloro che hanno in casa delle foto lasciate da qualche genitore, da qualche parente, della Campagna di Russia. Per favore, sfogliatele, confrontatele con la foto di Giovanni e vedete se riconoscete qualcuno. La vostra segnalazione potrebbe essere utile per trovare il posto dove è morto e dove potrebbe essere sepolto. Se qualcuno trova una foto con una persona simile, per favore ce la invii.” L’intervista con Alessandra Iannone va in onda nella puntata del Tg1Storia di lunedì 4 gennaio 2010 che trovate sul sito www.tg1.rai.it aprendo la finestra del Tg1Storia.
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RaiTre compie trent’anni
di Roberto Olla | 11 Dicembre, 2009
Il pulmino bicamere scendeva a passo d’uomo da un ripido sterrato tutto curve, tra famiglie in festa, bambini che scappavano sotto le ruote, gruppi di ragazzi abbracciati e vocianti, macchine e moto parcheggiate alla rinfusa. Nel gomito stretto di un tornante risultò impossibile proseguire. Si rischiava di non andare in onda. “Seus o no seus sarrai!”(1), disse uno specializzato di ripresa aprendo lo sportello. Era un ex pugile, sempre allegro e disponibile, testardo e duro come il granito.
Prima che un altro collega scendesse dal pulmino, aveva già sollevato di peso, da solo, un paio di moto sgombrando così la strada. Risalì a bordo mentre alcuni ragazzi lo osservavano stupiti: “E tandu?! Bistu? Ita appu nau? Seus sarrai!”(2). Intanto nella sede regionale c’era molta agitazione in regia. Due tecnici lavoravano con pinze e cacciaviti su un registratore scoperchiato. “Poni su play” (3) disse il caposquadra. “No àndara!”(4) , rispose l’altro.
“Tui poni su play che immoi àndara”(5) . Finalmente dal banco mixer veniva schiacciato il tasto del “play” e la testina argentata riprendeva a ruotare vorticosa richiamando il nastro magnetico. Soddisfatto il capotecnico sentenziava: “Aihò! Immoi tottus aintru!”(6). La giovane annunciatrice da Roma lanciava il collegamento, i contributi filmati erano pronti, le luci accese, le inquadrature fatte.
Trenta anni fa, in Sardegna, era tutto nuovo, nuove le telecamere, nuove le sale di montaggio, nuovi anche quelli che lavoravano nella Terza Rete. Per fortuna, perché senza quella particolare miscela di forza fisica e resistenza, con l’aggiunta di un po’ di incoscienza, che solo i giovani hanno, non ce l’avremmo fatta. Lavoravamo senza rispettare niente. Non le nostre persone e neppure le macchine. Queste erano il meglio della tecnologia di allora, ma nessun progettista, giapponese o americano che fosse, poteva prevedere a quali ritmi le avremmo sottoposte.
Così ogni tanto andavano in tilt, creando patemi d’animo che magicamente quelli della manutenzione risolvevano. Già, perché ogni sede doveva esser autosufficiente e badare a se stessa. C’era l’orgoglio di essere la Rai, ma non era per niente facile essere la Rai. Ogni tanto dalle reti maggiori qualcuno si affacciava e guardava in basso come si guardano i parenti poveri o, nel migliore dei casi, i cugini scapestrati che giocano per strada. Non c’erano soldi, i budget erano risicati, non bastavano per fiction o per spettacoli, per balletti, cantanti o comici. In televisione non si inventa niente.
Chi non ci crede provi a controllare e ci crederà. Anche noi non abbiamo inventato niente. Dovevamo raccontare la realtà che ci circondava. Era il mandato. E non era facile. Folklore dimenticato, feste religiose e popolari, operai di fabbriche in crisi, minatori che occupavano i pozzi, circoli e associazioni ricchi solo di progetti, giovani imprenditori in bilico tra successo e fallimento: ci siamo tuffati inseguendo un po’ tutto, a volte in affanno, spesso sbagliando. La tv è qualcosa che si fa. Tutti i giorni. Tutte le ore. Nel turbine del fare, alcuni hanno cominciato a ricordare una vecchia regola del mondo del cinema (visto?! non si inventa niente!) che dice: “alla gente interessa la gente”. Alcuni programmi dei maestri della televisione avevano indicato la strada, anzi le strade.
Molte, poi, le abbiamo aperte a viva forza, zappando giorno per giorno. Senza togliere niente a nessuna delle altre, la terza rete ha aggiunto un altro modo di fare televisione. Il suo modo. E siccome davvero “alla gente interessa la gente”, se osservate bene, oggi negli altri canali troverete qualcuno dei ragazzi di allora che rassicura tutti, prima di andare in onda: “Poni su play!”.
1- siamo o non siamo la Rai?
2- E allora! Visto? Cosa ho detto? Siamo la Rai.
3- Metti il play (schiaccia il tasto del play)
4- Non va
5- Tu metti il play che adesso va
6- Avanti! Adesso tutti dentro! (a lavorare in regia)
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Victor Zaslavsky contro i silenzi della storia
di Roberto Olla | 28 Novembre, 2009
Ho avuto la fortuna di conoscere il professor Victor Zaslavsky, di parlare con lui, di imparare da lui che la modestia e la semplicità devono sempre accompagnare la ricerca storica. Non si trattava solo di uno stile di vita, del segno di un’educazione superiore basata su regole di gentilezza e di riservatezza. Era anche una necessità dello studioso, un approccio particolare ai documenti che consentiva un’analisi più serena, più distaccata, più scientifica.
Ho letto che le sue tesi hanno provocato “mal di pancia” in alcuni ambienti e che non potendolo attaccare, data la solidità della documentazione che portava a sostegno dei suoi testi, cercavano di spingerlo verso un fronte di “storici di parte”.
Per come l’ho conosciuto, posso dire che Victor Zaslavsky era uno storico che rispondeva solo alle leggi della ricerca. Questo si, rappresenta un fastidio per molti.
Ricevo e pubblico volentieri il ricordo scritto da Luigi di Cuonzo.
Come amici e affascinati estimatori dell’uomo, dello scrittore e del Professore, noi dell’Archivio della Resistenza e della Memoria di Barletta, che abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo e presentarlo a più di cinquecento studenti all’inizio dello scorso mese di Ottobre nella Multisala Paolillo, in occasione del suo magistrale intervento di analisi sui grotteschi silenzi storici, politici e culturali del ‘900, piangiamo oggi la dipartita di Victor Zaslavsky, più semplicemente Viktor. 
Era nato a San Pietroburgo, il 26 settembre 1937, come si legge nella sua biografia in wikipedia, storico e professore russo naturalizzato canadese, specializzato nello studio dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica dal 1945 ad oggi. Laureato in storia presso l’Università Statale di San Pietroburgo, ha insegnato all’Università di Leningrado, all’Università di California, Berkeley, alla Stanford University, alla Memorial University, Canada, alle Università di Venezia, Firenze, Napoli e Bergamo, professore ordinario di sociologia politica presso la facoltà di scienze politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma. Il libro più recente, scritto in collaborazione con la moglie, la professoressa Elena Aga Rossi, sodale del nostro Archivio, ha nella parte iniziale documenti inediti originali provenienti dagli archivi di Mosca, aperti al pubblico dopo la caduta del Comunismo, riguardanti la politica italiana dell’immediato dopoguerra,contiene le sue traduzioni dei rapporti ai suoi superiori dell’ambasciatore sovietico in Italia Mikhail Kostylev. Collaboratore del quotidiano Il Messaggero e de L’Occidentale. Ha collaborato come consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Tra le opere che qui si segnalano, si vuole caldeggiare la lettura del suo Pulizia di classe, libro sull’eccidio di Katyn, per una didattica seria, rigorosa e fruttuosa sui colpevoli silenzi nella Storia.
- La Russia postcomunista. Da Gorbaciov a Putin, (con L. Gudkov), Roma: Luiss University Press, 2005.
- Lo stalinismo e la sinistra italiana. Dal mito dell’URSS alla fine del comunismo 1945-1991,Milano: Mondadori, 2004.
- Storia del sistema sovietico: l’ascesa, la stabilità, il crollo, 2-da ed., Roma: Carocci, 2004.
- Le Massacre de Katyn, Paris: Editions du Rocher, 2003.
- “L’atteggiamento sovietico verso l’integrazione europea”, in P. Craveri, G. Quagliariello (a cura di) Prospettiva atlantica, prospettiva europea, Roma Rubbettino, 2003.
- “The Post-Soviet Stage in the Study of Totalitarianism. New Trends and Methodological Tendencies”, in Russian Politics and Law, n. 1, 2003.
- “Sistemi totalitari nella prospettiva comparata”, in V. Strada (a cura di), Totalitarismo e totalitarismi, Venezia: Marsilio, 2003.
- “L’antiamericanismo organizzato nell’Unione Sovie! tica sta liniana”, in Nuova Storia Contemporanea, 2, 2003.
- “Aprile 1948, l’insurrezione mancata. La politica mediterranea di Stalin e i suoi riflessi sull’Italia”, in Ventunesimo secolo, 1, 2002.
- “Una rivoluzione silenziosa. La fase decisiva della transizione postcomunista russa”, in Ventunesimo secolo, 2, 2002.
Luigi Di Cuonzo
Responsabile dell’Archivio della Resistenza e della Memoria - Barletta
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La Croce e la Storia
di Roberto Olla | 14 Novembre, 2009
La storia non ci aiuta, inutile farsi illusioni. Se ci aiutasse, tante crisi e tanti conflitti si risolverebbero in fretta. Comunque è sempre meglio conoscerla. Abbiamo iniziato il 2009 col mondo politico in fibrillazione sul tema dell’ora di religione. Si discuteva se il voto dovesse o non dovesse far media nelle pagelle. Chiudiamo il 2009 con un’altra fibrillazione sulla Croce dopo la sentenza della Corte Europea. Torniamo indietro di un secolo e un anno. Siamo nel 1908, il parlamento italiano discute dell’ora di religione. Il socialista Leonida Bissolati presenta una mozione: abolizione dell’ora di religione. Si va allo scontro. Alla conta dei voti la mozione ne raccoglie solo 60. È una clamorosa disfatta politica. Molti socialisti, repubblicani, radicali e rappresentanti dei diversi partiti della sinistra non approvano la mozione Bissolati. Eppure l’operazione politica era stata impostata bene sul piano tattico. Si era mossa anche la massoneria dando indicazione a tutti i parlamentari massoni di votare a favore della mozione. Indicazione respinta. Il Gran Maestro dell’epoca si infuria e chiede di processare, in un tribunale massonico ovviamente, i tanti che non hanno votato a favore. Quei massoni parlamentari sono praticamente tutti del 33° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato. Il Rito rifiuta persino di prendere in considerazione il processo e risponde in maniera secca: un massone è un uomo libero e non riceve indicazioni, non si lascia condizionare. La massoneria si spacca in due grandi tronconi (in due “obbedienze”) e la spaccatura dura ancora oggi. Sempre nel 1908: Congresso Nazionale delle Donne Italiane. È una tappa importante del processo di avvicinamento al grande obbiettivo: il voto alle donne. Partecipa anche la regina Elena. Tanti temi in discussione, ma quando si arriva all’insegnamento della religione nelle scuole il Congresso si spacca, le donne cattoliche vanno da una parte, le socialiste e le repubblicane da un’altra. Cento anni più uno e siamo sempre lì: se la storia potesse aiutarci sarebbe abbastanza chiaro che la politica non riesce a risolvere la questione. Non può essere la magistratura, anche questo è evidente, a cavar le castagne dal fuoco della politica con una sua sentenza. Siamo per una scuola pubblica laica che accolga ragazzi di tutte le culture. Ma proprio perché laica e libera non può ammettere che uno studente ne esca senza conoscere la Bibbia e i Vangeli. Finiti i lunghi anni dell’obbligo, un ragazzo non può affrontare il mondo moderno senza conoscere la Bibbia e i Vangeli. Avrà sempre una grave carenza culturale, anche se non credente, qualsiasi strada voglia percorrere. “Tradizione”, “radici”, “legge”, “sentenza”, nel gran discutere di questi giorni tante parole sono state accostate alla Croce. Accertato che il cosiddetto mondo politico e le sentenze della magistratura non risolveranno un problema che è delle nostre coscienze, mi pare che un’unica parola si possa davvero accostare alla Croce in questo dibattito: libertà.
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La Grande Guerra e la nuova memoria
di Roberto Olla | 14 Novembre, 2009
Sono terminati i festeggiamenti e le cerimonie per l’anniversario del 4 novembre 2009: fine della Grande Guerra, Festa delle Forze Armate. Tutto bene, solo che questo non è stato un “4 Novembre” come gli altri. È stato il primo senza più un solo reduce, un solo sopravvissuto. Non ne è rimasto neppure uno. Eravamo preparati, certo. Anzi, con stupore e ammirazione osservavamo la tempra formidabile di uomini come Delfino Borroni che, oltrepassato il confine dei 110 anni, continuavano a raccontare gli eventi delle battaglie sul Carso, sul Piave, con una affascinante, straordinaria ricchezza di dettagli. Ora, quel che hanno detto, hanno detto. Quel che hanno scritto, hanno scritto. Nessuno più aggiungerà una sola parola. Quella complessa operazione culturale che chiamiamo memoria cambia definitivamente di segno. Senza più testimoni diretti, nuove narrazioni, nuovi contenuti, possono arrivarci solo dalla ricerca, dagli storici, dagli scrittori, dagli artisti. Preciso al nuovo appuntamento si presenta Maurizio Casarola, e non si tratta di un caso data la sua passione per i temi della Prima Guerra Mondiale e il suo lungo lavoro di recupero delle testimonianze degli ultimi reduci finché erano in vita. Maurizio Casarola ha appena pubblicato “Per l’Imperatore e per il Re / L’odissea di Ivan Gulla giovane soldato durante la Grande Guerra”,
immedesimandosi nelle vicende belliche e viaggiando per i tanti luoghi, noti e meno noti, che furono teatro di quelle vicende. Chi è Ivan Gulla leggiamolo direttamente dal suo libro: “Il personaggio principale di questa storia, Ivan Gulla, non è frutto della mia fantasia di narratore. Nella realtà, era il bisnonno di mia moglie Lyudmyla, nato e cresciuto a Kedaniv in Galizia sotto l’impero d’Austria-Ungheria e partito alla guerra al servizio degli Asburgo. A fine conflitto, la sua regione si ritrovò a far parte della Polonia a seguito delle spartizioni di quelle terre dopo il crollo degli Imperi Centrali.” A solo titolo d’esempio, ho scelto questo passo dalla narrazione delle avventure di Ivan Gulla: “Mi resi conto di non avere più una patria, partii alla guerra per difendere il mio paese, ma quale era poi il mio paese? Ricordai il volto corrucciato di Rosa all’annuncio baldanzoso della mia partenza per la guerra. Forse proprio per la sua appartenenza al popolo ebreo, si mostrò lungimirante sugli esiti negativi del conflitto. Forse proprio perché appartenente ad un popolo senza patria, poteva capire meglio di chiunque altro il significato di lotta per un’identità.”
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A vent’anni dal crollo del muro di Berlino
di Roberto Olla | 23 Ottobre, 2009
“La libertà comporta molte difficoltà -disse John Kennedy il 23 giugno 1963 a Berlino- e la democrazia non è perfetta, ma noi non abbiamo mai dovuto tirare su un muro per tenere dentro la nostra gente, per impedire loro di lasciarci.” A vent’anni dal crollo, la memoria del muro si allontana. Per la nuova generazione, nata dopo quel 9 novembre 1989, si tratta già di una pagina di storia da studiare, da approfondire con le testimonianze e le ricerche. Il muro oggi è come una cicatrice che taglia le strade della giovane e vivace Berlino, attraversa i pensieri di chi l’ha vissuto e l’ha visto crollare e, ad un tempo, è un’ombra che si allunga ancora sui rapporti sociali, sull’integrazione tra est e ovest. Una madre, Inge Albrecht, che con un articolato piano di fuga è riuscita a superare il muro eretto dalla Berlino comunista, racconta alla figlia Lilli la sua esperienza, quella di una generazione che non ha mai accettato il muro e che, alla fine, l’ha abbattuto. “Inge e il muro” è il titolo dello Speciale Tg1 realizzato da Roberto Olla e Marco Varvello: un reportage tra storia e attualità, ricco di molte inedite immagini, frutto delle ricerche in diversi archivi europei e americani. In onda su Raiuno domenica 25 ottobre alle ore 23,30 e poi disponibile sul sito www.tg1.rai.it 
Il muro di Berlino lentamente si allontana. Inge e quelli della sua generazione, nati quando veniva costruito, hanno le immagini del muro nella testa, come se una cicatrice attraversasse i loro pensieri. Ma per sua figlia Lilli, diciottenne, nata dopo il crollo di quel novembre 1989, il muro è già un’immagine riflessa, una testimonianza familiare, una pagina di storia da studiare. 
Per le nuove generazioni è una memoria che giorno dopo giorno si inabissa. Così l’ha rappresentato l’architetto Christophe Girot nella piazza di Berlino di fronte al ministero dell’interno: un muro che affonda nell’acqua, come se un fiume, cominciasse a portar via dettagli e particolari. L’utopia comunista è finita sui banchetti del mercatino delle pulci davanti alla porta di Brandeburgo. Si vendono pezzi di muro e poco importa che siano falsi.
In fondo, tutto il muro di Berlino è stato un tentativo di falsificare la storia, di impedire che due sistemi contrapposti, la democrazia capitalista e il socialismo reale, si confrontassero da vicino. Artisti con varie opere tentano di impedire che la memoria si inabissi. Una ricorda la fuga di Conrad Schumann, guardia di confine della Germania comunista.
Era uno dei terribili vopos, doveva sparare su chi tentava di abbandonare la Berlino comunista. Decise all’improvviso di disertare ed ebbe la fortuna di saltare il filo spinato davanti ad una cinepresa.
Oggi i turisti si fermano di fronte all’installazione che ricorda il suo salto. 
Nascono e rinascono i murales sulla East Side Gallery, il chilometro di muro rimasto in piedi. Ricordano le opere degli artisti che per primi si avvicinarono a dipingere il muro dal lato della democrazia. Era rischioso. Il muro era stato costruito un paio di metri all’interno del territorio di Berlino Est, quindi da una parte e dall’altra ci si trovava in zona comunista. C’erano dei piccoli cancelli e le guardie, i vopos, potevano aprirli, potevano catturare chi stava dipingendo, o anche sparare.
Inge Albrecht: “Ho cominciato a 16 o 17 anni ad avere voglia di dare un’occhiata al di là del muro, ma mi sono resa conto che non potevo farlo. Per quanto riguarda poi la mia formazione… diciamolo in parole povere…..nella Germania Est non mi era consentito studiare, perché mio padre non faceva parte del partito, non potevo prendere la maturità perchè mio padre non era iscritto al partito comunista. Gli dissero chiaramente che i suoi figli non avrebbero fatto mai carriera se lui non si fosse iscritto al partito. Quando avevo sedici anni non volevo interrompere gli studi e imparare un mestiere che avrei poi dovuto fare per tutta la vita.”
In quegli anni ’50 l’utopia comunista continuava ad affascinare molta gente in diversi paesi del mondo. Ma non a Berlino. Non si registravano casi di persone che volessero lasciare l’ovest per andare ad est. Solo persone che invece fuggivano dal comunismo.
Sempre più persone, nonostante le guardie armate, i famigerati vopos, nonostante il filo spinato. Lilli Albrecht: “Da quando avevo 13 o 14 anni mia mamma mi ha sempre raccontato tante cose, mi ha mostrato i filmati della costruzione del muro e della caduta, mi ha raccontato più volte in che modo viveva lei quando aveva la mia età, cosa ha fatto dopo e come era la vita nella Germania Est. Ascoltandola ho capito molto. Mi ha raccontato come viveva, cosa faceva a scuola, cosa succedeva nella Germania comunista e come vivevano tutte le persone in quegli anni. Io continuo a farle sempre domande, perchè questo argomento mi interessa molto.” Inge Albrecht: “Era la Pentecoste del 1984. Ero insieme a un’amica di Lipsia e a una di Berlino. Eravamo decise a rifugiarci nell’Ambasciata della Germania Federale. Una delle due aveva dei figli piccoli che le volevano togliere. Le avevano detto che lei poteva andarsene, ma che i bambini dovevano rimanere nella Germania dell’Est.
Non aveva altra scelta. Mi disse che sarebbe andata all’Ambasciata e mi chiese se volevo andare con lei. L’ho seguita così, alla cieca. Siamo andate tutte e tre con i due bambini. Siamo partiti da casa senza dire una sola parola, perchè era certamente controllata dalla Stasi. Con il tram siamo arrivati davanti all’Ambasciata. C’erano davanti dei poliziotti e, dall’altra parte della strada, agenti della Stasi. In quelle condizioni non avevamo alcuna possibilità di entrare nell’Ambasciata. Siamo rimaste ferme…un po’ disperate…ma in quel momento, sono arrivati centinaia di giovani appartenenti a un’associazione giovanile della Germania Est, indossavano camicie azzurre e proprio per questo venivano chiamati “le camicie azzurre”. Cantavano e passavano proprio davanti all’Ambasciata. Ci siamo infilate in mezzo a loro. Tutto si è svolto molto rapidamente. Noi però non avevamo indosso niente di azzurro ed era facile distinguerci. Dall’altra parte della strada gli agenti della Stasi imprecarono e avvisarono i poliziotti che però erano intenti a guardare le gambe delle ragazze e non ci presero. All’ultimo momento si sono resi conto che tutti e cinque ci stavamo precipitando dentro l’Ambasciata.
Uno dei poliziotti riuscì ad agguantare il bambino di sei anni che cominciò a gridare. Gridava anche la madre e gridavo anch’io. Abbiamo gridato tutti. Il poliziotto si è spaventato e ha lasciato andare il bambino. Poi si è reso subito conto, però, che cinque persone gli erano sfuggite introducendosi nell’Ambasciata della Germania Ovest e che di certo per lui sarebbero stati guai. Ci ha mostrato la pistola e ci ha guardato furioso, ma era chiaro che non poteva fare più nulla. Ancora però non eravamo proprio all’interno dell’Ambasciata. Eravamo in una specie di ingresso-anticamera con un cancello. Un funzionario e ci chiese cosa volevamo. Noi rispondemmo che volevamo soltanto lasciare i nostri documenti e che poi ce ne saremmo andati. Lui acconsentì, ma dovevamo promettere che poi ce ne saremmo andati.
Una volta dentro, siamo state ricevute per un colloquio e abbiamo detto : “Ci dispiace, abbiamo mentito, non lasceremo più l’Ambasciata. Vogliamo andare a Berlino Ovest, nella Germania Federale”. Ci misero in una sala d’attesa dove poco dopo incontrammo l’Ambasciatore.
Nelle settimane passate in ambasciata abbiamo assistito a due tentativi falliti di persone che tentavano di entrare anche loro. Una volta uno è stato preso dagli agenti della STASI e picchiato selvaggiamente. Non potevamo intervenire, non potevamo far nulla. Non avevamo neanche il permesso di affacciarci alle finestre, anche se d’istinto volevamo vedere cosa stesse succedendo. Questo episodio generò del panico fra di noi. Molte donne hanno pianto quando hanno visto che questa persona veniva trascinata sulla schiena e tirata dentro una macchina che stava lì ad aspettare. L’uomo non faceva altro che gridare il suo nome sperando che in questo modo le autorità della Germania Ovest potessero in seguito aiutarlo.” 
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“Popieluszko. La libertà è in noi”: il film arriva in Italia
di Roberto Olla | 18 Ottobre, 2009
Ci siamo. Il 19, evento speciale al Festival del Cinema di Roma: per presentare il film su Padre Popieluszko ci saranno tutti, attori, regista, produttori. Un film impegnativo, come abbiamo già detto su questo blog (http://passatopresente.blog.rai.it/wp-admin/post.php?action=edit&post=1984 ) , rigoroso sul piano storico, lungo (più di due ore), ben girato, ben recitato. Dopo verrà la prova delle sale: quanti gestori lo prenderanno?
Intanto, ecco la trama del film che ripercorre passo per passo le vicende della vita del sacerdote polacco, consigliere spirituale di Solidarnosc. 
Anni ’50, voivodato di Podlachia. Le autorità staliniste annientano le ultime resistenze dell’indipendenza partigiana. Infuria la propaganda. A casa del piccolo Popie?uszko la fede è il sostegno. Su tale sfondo nel cuore del piccolo Popie?uszko nasce la vocazione. / Fine degli anni ’60. Il giovane Popie?uszko è chiamato al servizio militare, che deve svolgere all’interno dell’unità appositamente prevista per la repressione degli allievi del seminario. L’insolenza giovanile gli fa rifiutare di togliersi il rosaio. Va incontro a vessazioni e repressioni. Diviene la guida spirituale dei seminaristi che non si vogliono sottomettere ai commissari politici.
/ Nell’agosto del 1980, dopo il primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Polonia, i lavoratori cominciano gli scioperi contro il regime. Popie?uszko, come sacerdote nella nuova sede di Varsavia, non suscita l’entusiasmo del parroco, perché non sa cantare. / Quando gli operai che scioperano chiedono che si celebri la messa, solo il “caso” fa sì che sia padre Popie?uszko ad arrivare a Huta. Lì prende parte alla rivolta di Solidarno??, riconosce le rivendicazioni dei lavoratori, li aiuta, comincia a sentirsi necessario in quel posto. /
In breve tempo è proclamata la legge marziale, Varsavia è occupata dai carri armati, e gli scioperi vengono brutalmente repressi. Padre Jerzy riconosce dentro di sè il sentimento dell’odio. Lo combatte offrendo completamente se stesso ai danneggiati. La sua presenza ai processi politici dei lavoratori attira l’attenzione degli agenti della polizia politica. / Popie?uszko è testimone della grande dimostrazione di indipendenza e della sua drammatica repressione da parte della polizia. La sua esperienza trova sfogo nell’omelia durante la “Messa per la Patria”.
Si scopre che Popie?uszko è capace di esprimere quello che tutte le persone sentono. Ciò suscita rispetto e considerazione da parte di alcuni, odio e invidia da parte di altri. Le autorità politiche del paese intervengono contro di lui presso i vescovi. / Sono sempre di più le persone che si affezionano a Padre Jerzy. I tentativi di intimorirlo compiuti dalla polizia politica, provocano la formazione spontanea di un servizio d’ordine della chiesa dei lavoratori, con il quale si vuole difendere Padre Jerzy e la celebrazione della messa. Le messe attirano numerosi attori, delegazioni dall’intera Polonia e amici dai paesi confinanti. Popie?uszko diviene la guida spirituale di Solidarno??. /
Quando nel maggio del 1983 i poliziotti uccidono selvaggiamente il figlio dell’attivista dell’opposizione Grzegorz Przemyk, su Varsavia cala la paura. Popie?uszko, a differenza di altri, cerca di convincere le gerarchie che bisogna pretendere la giustizia con coraggio. Organizza i funerali, ai quali 60 mila persone rispondono al suo invito di testimoniare la propria opposizione al silenzio. / Padre Jerzy inizia a comprendere qual è il suo ruolo e la forza della sua influenza. Riceve inviti dalle varie parti della Polonia, e ovunque vada, chiama col suo nome i mali del regime, chiedendo la verità. /
Le autorità lo costringono a fare una visita in procura. Durante la perquisizione nella sua casa, vengono trovati un’arma e altri materiali compromettenti introdotti dalla polizia segreta. Padre Jerzy viene arrestato e nei media comincia la campagna diffamatoria contro di lui. / Liberato con l’intervento dei vescovi, viene ripreso dal Primate. Gli amici non capiscono perché Popie?uszko non voglia attaccare apertamente i suoi nemici, facendo pubblicamente i loro nomi. Padre Jerzy si sente debole e solo. Decide di partire, di andare in montagna. Qui incontra un uomo che gli mostra le manifestazioni di sostegno da parte di Giovanni Paolo II. /
Padre Popie?uszko prepara il pellegrinaggio dei lavoratori a Jasna Góra. Riceve delle minacce: se guiderà il pellegrinaggio, verrà ucciso. Capisce che tra le persone che lo circondano devono esserci dei collaboratori della polizia politica. Un gruppo di amici gli suggerisce di andare a Roma per un breve periodo. Il Primate è d’accordo, a condizione che sia Popie?uszko a chiederlo. Padre Jerzy vuole vivere, ma non vuole fuggire: non fa la richiesta. / Popie?uszko guida il pellegrinaggio a Jasna Góra. È un grande successo. Accorrono decine di migliaia di lavoratori. Ma il priore del monastero non permette a Popie?uszko di parlar loro. Da questo momento Padre Jerzy si prepara al peggio. Ogni suo movimento viene tenuto d’occhio dagli agenti, e i rapporti giungono sul tavolo delle più alte cariche del regime. /
In breve tempo viene realizzato il primo attentato alla vita di Padre Jerzy. Non riesce. / Padre Jerzy annuncia ai suoi più cari la sua morte. Si comporta in modo tranquillo, ma prima dell’ultima partenza organizza incontri con le persone, celebra la messa, confessa i fedeli. / Parte per Bydgoszcz. Lì recita il rosario. Nella strada di ritorno viene rapito e ucciso brutalmente. / La notizia del rapimento e della morte di padre Jerzy provoca assemblee di persone in tutta la nazione che si riuniscono per pregare. Decine di migliaia di uomini si confessano e fanno la comunione. Al funerale accorrono centinaia di migliaia di polacchi che, senza paura, chiedono la verità.
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Se la storia puzza
di Roberto Olla | 7 Ottobre, 2009
Forse la storia puzza. Non per me, o almeno, io, certo, non la chiamerei puzza. Mi piace l’odore di legno antico delle sale della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di via Caetani a Roma, trovo stimolante il singolare profumo che emanano certi libri alla prima apertura. È divertente pure il mix di caffè, gomme alla menta, eucalipto e chissà quale crema o talco dolce, dei tanti ragazzi e ragazze che frequentano la Biblioteca Nazionale, per altro ambiente piuttosto asettico. Persino i fascicoli dell’Archivio Centrale dello Stato hanno un loro profumo antico. Chi non ha mai aperto una di quelle buste nere che contengono una pizza di pellicola, magari chiusa da 50 anni, magari mai vista da nessuno dopo la stampa e l’imbustamento, non può neppure immaginare quale inconfondibile odore emanino, presagio di possibili sorprese in moviola.
Quindi, certo, la storia emana un odore. Ma la puzza di cui parliamo non ha un vero odore, è virtuale. Nessuno sta ad annusare l’aria. Basta l’ipotesi che, ad esempio, un film puzzi di storia e subito le antenne delle catene di sale cinematografiche si drizzano. Ne nasce un rapido ragionamento: la puzza di storia potrebbe essere avvertita dal pubblico e allora, temendo la noia, il pubblico potrebbe disertare le sale, con grave perdita d’incasso. È quello che è successo al film “Katyn” di Wajda. Poche sale l’hanno preso, quindi pochi l’hanno visto. Eppure si tratta di un grande film per una grande firma. Non è successo a “Schindler’s List” e neppure a “La vita è bella” perché in questo caso il peso dei due nomi, Spielberg e Benigni, ha cancellato il “rischio storia”. Wajda non poteva far valere un paragonabile peso.
Ora corre il “rischio storia” un nuovo film polacco. È intitolato “Popieluszko. Freedom is within us” e anche nella versione italiana manterrà il titolo “Popieluszko”. Un po’ difficile da pronunciare per noi italiani. Che film vai a vadere stasera? Po-piel…piel..usco? Il regista è Rafal Wieczynski, giovane, bravo. L’attore che interpreta il ruolo di Padre Jerzy Popieluszko è Adam Woronowicz, giovane, molto bravo. Un altro film che condanna un altro crimine del comunismo. Padre Popieluszko è stato assassinato dai sicari del regime (Polacco? Oppure? L’indagine non ha svelato ancora tutti i misteri.) il 19 ottobre 1984.
Era cappellano e consigliere spirituale di Solidarnosc. Era timido, ma venivano da tutta la Polonia per sentirlo parlare. Dove aveva imparato l’arte oratoria? Da nessuna parte, spiega l’Arcivescovo di Varsavia, che è andato più volte a sentirlo. Semplicemente, prosegue, lui ascoltava molto, ascoltava tutti e non dava mai risposte preconfezionate, soluzioni già pronte, casomai si metteva in sintonia con te e assieme a te cercava una soluzione, capiva i tuoi bisogni. Solo che questo sapeva farlo anche quando aveva di fronte migliaia di persone: riusciva a sentirle.
Per il 25° anniversario della sua morte, il film sarà presentato in un evento speciale al Festival del Cinema di Roma. Riuscirà a fare il salto nelle sale? Difficile rispondere. “Katyn” non ce l’ha fatta e il nome del regista era piuttosto noto. In questa specie di clima di sospetto, è ovvio che basti un qualsiasi soffio all’orecchio, qualcuno che sospiri sospetti di fastidi possibili, per far crollare le richieste di distribuzione del film. Ed ecco le polemiche, le accuse di boicottaggio, quelli che gridano che si vogliono coprire i crimini del comunismo, gli altri che propongono di programmare il film in tutte le scuole come reazione. Che si può fare? “Popieluszko” stato presentato a Varsavia in anteprima ad un pugno di giornalisti italiani. Avendolo visto possiamo dire che è certamente un film di storia. Però per un ragionamento tattico possiamo anche decidere di non dirlo. Possiamo dire, allora, che è un film sulla forza dello spirito e della fede. Aiuterà le sale a programmarlo? Possiamo provare dicendo che è un film sulla ricerca della libertà, su un uomo che si sacrifica perché gli altri riscoprano il valore della libertà, valore che avevano dimenticato. Che avevamo dimenticato. Aiuterà?
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